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Le immagini e i testi si riferiscono
alla Casa-museo
prima della chiusura del 1979

“Vivere
poeticamente non è da tutti. Può essere un bene o un male, per se stessi
o per la società”.
(Dall’Introduzione
di Carlo Muscetta a “La casa di Icaro”, 1980)
RACCOLTE
1940:
Tristia
Opuscoletto di poesie in italiano pubblicato a Noto dai compagni di scuola di
Uccello.
1957: Triale
La prima vera raccolta di poesie da cui si coglie lo stile del poeta Uccello,
che scrive sotto le suggestioni degli ermetici, ma già con taglio neorealista,
che gli deriva dal pathos dell’esodo in una terra lontana. La raccolta è
formata da 12 poesie in italiano, illustrate da 12 litografie di Gian Luigi
Giovanola, edita per i tipi “All’insegna del pesce d’oro”, di
Scheiwiller. Molte delle poesie di questa raccolta confluiranno in “Notte
d’Ascensione”.
1957:
La Notte d’Ascensione
42 poesie in italiano compongono quella che è la più compiuta raccolta: la
pubblica il padano Rebellato “In caratteri Aster su carta uso mano
nell’officina grafica S.T.F. di Cittadella. Nel giugno del 1957 a cura di Bino
Rebellato editore in Padova”. Tutte le operazioni editoriali di Uccello si
muovono sempre nella produzione non seriale, ma in cui il lavoro artigianale, la
scelta e cura di carta e tipi vengono ricercati con attenzione e gusto.
1962:
Poesie d’amore
Comprende tre diverse raccolte: 1. Poesie d’amore, 2. Poesie brianzole,
3. Racemi, pubblicate in “Vetrina di Poesia e arte, 7-8, anno II, Gennaio
Giugno 1962. Il poeta si cimenta, unica volta, nel dialetto brianzolo: c’è da
dire che nel 1960 aveva pubblicato un raccoltina di “Canti popolari
lombardi”.
1967:
Viola di parasceve
Il sottotitolo a questa raccolta reca Sequenza in morte di un amico: sono dunque
sorte di canti elegiaci. Uccello nell’occhiello aggiunge a penna: “Il canto
aiuta l’uomo a portare quale che sia la sua croce”, C. Marchesi. Il tema è
dunque la morte, che il canto pur drammaticamente legiaco aiuta a esorcizzare.
Comprende un acquerello di G. Migneco ed è pubblicata da “Isola d’oro”,
nella collana “Piccoli testi di poesia, n. 2”.
1967:
Sulla porta chiusa
Ancora una raccolta “All’insegna del Pesce d’oro”, di Vanni Scheiwiller:
comprende alcune poesie scritte nel 1942 “Argenteo colle”, mentre altre
erano già apparse in “Triale”. La raccolta si avvale dei disegni di Adolfo
Wildt.
1967:
12 frammenti di un amore
1967:
Salmo 1 per il Vietnam
Poesia di impegno civile, fra le poche che ha scritto Uccello: un poeta
“alessandrino” come fu, non poteva trattare un tema sì impegnativo. Il tema
affrontato è la guerra del Vietnam e l’orrore suscitato dall’uso del napalm
per bombardare i villaggi vietnamiti. Il poeta canta lo sdegno e la ribellione
contro l’arroganza del più forte “Un sole di caligine/copre di buio il bambù
/ la risaia e il giuoco / che a mezzo lasciò / il bimbo nel grembo / della
madre colto / da una falce di napalm. / Piccolo Viet / mani e piedi così /
cauti e lievi / quasi una danza agiti / contro il mostro / di Washington:/e un
caruso una mondina / scagliano ancora / la fionda di David / al filisteo Gigante
/ Danilo, Fiore e Anna, / Bruno, Lucio, Ernesto e Carlo,/ Hans e Leif, Lorenzo e
Michele, / le donne di Sicilia / e i ragazzi di Partanna (…) e tu con noi o Vo
Van Ai / per le strade dell’isola / col nostro grido e canto :/ a la mafia
dici no! A la guerra dici NO, NO, NO!”. Comprende la traduzione del poeta
vietnamita Vo va Nai e i disegni di Christiaan Heeneman.
1967:
Di Marzo
1968: Janiattini (rist. 1980)
Uccello canta il suo paese natio Canicattini. Lo fa mescolando prose in italiano
e poesie in siciliano, quasi a voler sottolineare decisamente l’uguale dignità
di due linguaggi, lo scritto e il parlato. Editore è Salvatore Sciascia per la collana “I quaderni di Galleria” curata da
Leonardo Sciascia., del quale credo sia la prefazione che troviamo nei risvolti
di copertina, di cui citiamo dei passaggi: “Il mondo s’è fatto ricco,
produce e consuma, crea valori e li disfà con la medesima rapidità di tutti i
prodotti industriali….La ricchezza è vita, certo: e può essere dispersione e
disperazione”( parole che sembrano scritte oggi!) “E’ anche possibile che
si voglia cercare un punto fermo, un luogo dove sostare e guardarsi attorno
(…) è allora che comincia un viaggio attraverso il tempo, la ricerca del mito
(…) è l’operazione che sta compiendo Nino Uccello un’Odissea minore ma
dove l’intento segreto è di individuare il logo attraverso il mito. In questo
senso Canicattini diventa la sezione di un universo (…)”. La raccolta esce
nel 1968, ma lo stesso Uccello precisa che tutto nacque “tra le vaghe nebbie
della Brianza intorno al 1958”.
1968:
9 Poesie
1972:
Paolo Sorrentino
Plaquette edita per i
“Libretti di Mal’aria”, su carta fioretto e stampata dalla stamperia di
Colombo Cursi di Pisa.
1975:
Trittico d’amore
Ultima raccolta (tre poesie, in foglio “volante” a mo’ dei cantastorie)
del poeta Uccello ormai impegnato nel versante della prassi museale e della
saggistica etno-antropologica.
“Se
la figura di A. Uccello s’impone per l’attività e per le qualità dello
studioso di tradizioni popolari, non è da considerare eccentrica e nemmeno
marginale l’attività poetica da lui praticata in parallelo con le sue
ricerche etnologiche, e assiduamente (...). Profumi, odori, oggetti, frutti e
animali legati alla terra lontana si fanno reali nella poesia di Uccello;
diventano quasi allucinazioni olfattive e visive, determinate dal desiderio
acuto, dalla nostalgia profonda dell’oggetto d’amore perduto”(G.
Finocchiaro Chimirri, Antonino Uccello tra poesia e letteratura,
Catania 1987, p. 19). Uccello scrive indifferentemente sia in italiano che in
siciliano con risultati egualmente assai elevati. Ma perché mai si chiede la
Chimirri Uccello, che si muoveva già in lingua (tutte le prime raccolte sono in
un puro italiano
poetico di ascendenza montaliana e
quasimodiana) “tra eredità
ermetiche e residui di neorealismo, dimostrando finezza di gusto e attenzione
allo svolgersi della letteratura italiana contemporanea, ha voluto disgiungersi
da una tradizione letteraria, nel cui inserimento lo accompagnavano i giudizi
lusinghieri di un poeta come Diego Valeri e di uno scrittore come Elio Vittorini?”.
Si
tratta, in realtà, di un’operazione volutamente, anzi, provocatoriamente
culturale. Perché con l’uso del dialetto canicattinese Uccello ha inteso
compiere una complessa operazione di carattere non solamente linguistico (...)
l’operazione risponde al progetto di dare legittimazione scritta a una lingua
solo parlata e di restituire la nobiltà al dialetto”, ciò nel più generale
progetto del recupero dopo il salvataggio, del patrimonio culturale di un popolo
in cui rientrava in prima linea il recupero del dialetto locale. “Non rigettò
la sua scrittura ermetica di alabastrina trasparenza, ma vi traspose il gusto
del popolare e, con sapienza etnologica, la sensibilità naive della
cultura contadina, custode e interprete fedele e, pertanto, senza lasciarsi
invischiare dai temi e dalle cadenze più abusate, da oleografia siciliana”.
A
questo periodo data l’amicizia e frequentazione del glottologo Giorgio
Piccitto: in un momento di trapasso dalla poesia all’etnologia, percorso che
vede sempre più prevalere gli interessi dello studio e della ricerca sul campo
della cultura e del mondo contadino sulla pura scrittura poetica, finché dagli
anni ’70 la vena poetica si esaurisce, o meglio si mimetizza e si insinua in
una prassi operativa che porta Uccello sempre più verso la realizzazione di un
universo che la poesia aveva profeticamente cantato: la Casa Museo è anche
opera poetica, fatta di oggetti disposti come segni e apparati linguistici.
SAGGIO DI POESIE
IN ITALIANO
“Cambiava
ruote a carri e carrozzelle
cuoio annodava a canapi di briglia
ficcava paglia in logore bardelle.
Bottiglie testi e chicchere di creta
lampioni a pezzi dentro ragnatele
su graticci di canne e di liane.
Con l’asino svantrato di costane
pane formaggio e vino di barile
non perdeva né fiera né mercato,
aveva un lercio fondaco
sullo stradone, detto del dannato.
(Triale, 1957)

Adolfo Wildt -
L'ombra
Primavera
che scorri in fitta pioggia
nel
giro d’una luna
quando
ci assale noia e forte sangue
donne
tentiamo dalle grosse toppe
in
cima a strade per terranee case
e
l’occhio accarezziamo di lascivia
mentre
scirocco gonfia cirri e mare.
(Triale,
1957)

Adolfo Wildt - Il
mendico
Tavole su due
tréspiti
e paglia d’orzo lunga
dove affondai i miei sonni di fanciullo...
transitavano carri a mattutino
un ambiare di muli.
La forgia ardeva, in cielo era il
Triale
intatte stelle
ed acre l’aria d’unghie bruciacchiate.
S’adombravano bestie:
bastava, a indurle a bere,
il fischio di massari incappucciati.
(Triale, 1957)

Adolfo Wildt - L'idolo
Sei
mutevole e vaga di presagi
a
volte come luna barcaiola
che
porta acqua di cielo in mezzo al sole,
se
pallida nascondi tenerezza
luna
che se s’arrossa tira vento
e
quando è chiara fa serenità:
ti
stendi per colline in caldo alone
di
carne e smarrimento.
(Triale,
1957)

Adolfo Wildt -
Maria dà luce ai pargoli cristiani
Avola
S’afferrano
ai balconi i pergolati
in
verdi tralci e pampani.
Nel
vicolo sta il carro,
le
donne sulla pietra
ribattono
le mandorle novelle.
Corre
una lunga traccia sino al mare
tra
giardini di mandorli e di aranci.
La
palma ha bianchi datteri.
A
piedi scalzi corrono fanciulli
neri
d’asfalto dalle chiome crespe
con
zufoli di canna
come
gli antichi satiri.
(La
notte d’Ascensione, 1958)

Adolfo Wildt - La
fede nell'infanzia
I
Morti
Passano
a piedi scalzi nella notte
per
siepi di mortelle:
hanno
un viso di stelle
un
largo manto di notturno cielo.
Madre
mia
stanotte
pure tu passasti invano
e
l’alba è senza doni
il
cantarano è vuoto…
Odore
di castagne e crisantemo
mi
riconduce all’orfano felice…
due
melagrane un loto
e
le dita affondate come stecchi
tra
noci e fichi secchi,
a
piè del grande letto
un
piccolo carretto siciliano.
(La
notte d’Ascensione, 1958)

Adolfo Wildt -
Figlie di Cristo - in Cristo la fede
Si
cela il terreo pianto della quaglia
alle
nebbie del colle.
Odora
l’aria fradicia di paglia.
Attizzano
le donne fiamme al fuoco
con
timo e con sarmenti:
preparano
il pan caldo
con
olio sale e origano:
nella
bracia d’ulivo abbrustoliscono
cotogne
grame:
tornano
a sera gli uomini,
morti
di lunga strada e fame.
(Sulla
porta chiusa, 1962)

Adolfo Wildt - Il
polline
Si
gira l’angelo di ferro
e
segna nel tempo mutazione:
ha
uguale presagio
il
fumo che da comignoli rade
monotonie
di tetti.
Nel
vuoto la tua immagine fissi:
ma
è come a un balcone di sole
rinvenire
l’antica camicia
mutata
dal geco.
Altra
sei con le tue piccole lenti
balocco
di vago strabismo
con
una grazia d’efelidi
sulla
piega sottile del naso.
(Poesie
d’amore, 1962)

Adolfo Wildt -
Pianto sulla porta chiusa
Era
un canto di ribes nell’aria
un
chiaro accordo di mandorlo.
Bastava
un nulla, un brucare di brezza
per
cime di monti
a
offuscarti la nera pupilla di crocus
e
tramutarne il turchino di petali.
Stecco
di febbraio che s’ingemma
segreto
a un crocicchio di venti:
fossi
meno indifesa
potrei
anche amarti.
(Poesie
d’amore, 1962)

Adolfo Wildt - Il
peccato
Como
di notte
Sa
tacca a la corrent la perteghetta
la
filovia la va
In
d’on cantòn da la piazza Cavour
sott’a
la lus al neon on abaldracca
la
batt nervosa ol tacch.
(Alla
corrente il trolley si attacca,
la
filovia va.
In
un angolo di piazza Cavour
sotto
la luce al neon una baldracca
batte
nervosa il tacco)
(Poesie brianzole, 1962)

Adolfo Wildt -
Elegia
Seveso
a ottobre
Seves
l’è pussee gris a otober
in
di rongs e i torrent
e
giald e ross in di rubbin e carpen
in
di tecc di fabbrich e cassinn.
In
tra Sèves e Cesàn sa cascia ol Bondi
come
on poggioeu da erba
cornis
di cort
che
riden in di grann dal formenton.
(Seveso
è più grigio d’ottobre nelle rogge e i torrenti, e giallo e rosso nelle
robinie e i carpini, nei tetti delle fabbriche e cascine. Tra Seveso e Cesano si
sporge il Bondi come un poggiolo d’erba cornice di corti che ridono in chicchi
di granoturco)
(Poesie brianzole, 1962)

Adolfo Wildt -
Pulvis cinis et nihil
Rosalia
Ombra
di capelvenere
le
tue treccine, in grotte di cordari
lunga
gugliata di luna nuova
la
notte ti precipita
giocattoli
di cielo,
tenero
stelo di frumento
alzi
dalle tue mani il riso dell’allodola
diafana
come chiocciola d’estate
sorpresa
a un muro d’orto
in
un sottile spiovere nel vento…
(Racemi,
1962)

Adolfo Wildt - Mi
dolgon, fanciullo, le pene che
più non mi dai
SAGGIO DI POESIE
IN SICILIANO
Austu luoncu quantu la ma pena
ccà mmienzu a la ristuccia:
ma nunn’è-bbera pena
s’ascutu a riddi pazzi,
taliu a quartara cina
stinnuta sutta l’ummira
ri m-prainu,
e m’arricriu.
Passa frummìcula
frummicularìa
cu a testa rrussa e u muzzicuni ardenti
nto zzuccu ra carrubba!
Suli a-mmanziuornu
se-nnesci all’aria
macari o uoi cci sbacca lu cuornu,
e –mm’arricrìu.
(Janiattini, 1968)

Adolfo Wildt - Arte
lunga vita breve
I
rutti ri Pantalica nne costi
cull’uocci
niuri nfussati r’ummira,
e-ll’acqua
ca si perdi
funnu
funnu nta cava, senza scrùsciu,
a
sintina r’austu:
i
fimmini ca bbattunu lu cannu
cu-mmazzi
i lignu,
u
friscu ra malaria nta iarila…
Se-bbiristi
sti fimmini abbiati
a
morti queta nte rutti costi costi,
sancu
r’aloi sì senza rrizziettu
e-dduni
scantu r’acqua ca si perdi
funnu
funnu nta cava, senza scrusciu.
(Janiattini,
1968)

Adolfo Wildt -
Disegno a penna
E
sbatti casa casa comu spola,
arredda e-ffrisca: n cuocciu ri crugnola
sì,
na iurnata i gghiugnu quannu u vientu
arrimisca
laura
e-ddo
cielu cari u frummientu.
(Janiattini,
1968)
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